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Nemmeno la parte che doveva essere la più noiosa del viaggio riuscì a colmare il mio entusiasmo: l’aereo!
Una volta atterrati, ciò che doveva essere per molti un semplice luogo di transito, mi sembrò un vero parco di intrattenimento.
Ogni piccolo servizio o negozio emanava luci delicate ma decise, colori invitanti e la giusta dose di audio per catturare le mie orecchie.
Immediatamente fui colpita da un negozio pieno di piccole confezioni accattivanti post all’angolo:
“Amore, cos’è quel fantastico negozio davanti a noi?”
“Farmacia.”
“Ah…”
Solo?
Fu una delle poche volte in cui riuscì a sentire a pieno la differenza di entusiasmo in una coppia.
Ed eravamo ancora dentro l’aeroporto.

Fui invece condotta in una piccola fila dove si poteva richiedere la spedizione dei nostri bagagli vuoti quanto ingombranti. Addio valigioni, ci vediamo direttamente a destinazione!
“Spendiamo qualcosa ma così siamo più liberi, prima di arrivare da nonna abbiamo una missione!”
Il nostro primo obbiettivo era infatti di dare un volto ad una figura digitale che conobbe il mio ragazzo tramite un’app per telefoni.
Rimanemmo così con gli zaini e due piccoli trolley pieni di regali le quali ruote scivolavano su questa terra che anche i miei piedi per la prima volta toccavano.
Dopo essere stata catturata dalla mia prima macchinetta automatica di bevande piena di charme, con la mia prima bevanda giapponese (un caffé caldo, con molta poca caffeina..) in mano, le nostre gambe si fermarono davanti a un misterioso cartellone:
http://www.j-journeys.com/essential/transportation/trains.html
Attimo di panico davanti al tabellone delle fermate. Fortunatamente il mio compagno non solo lo sa parlare il giapponese ma lo sa pure leggere (la fortuna di avere un bilingue in terra straniera) così acquistare i biglietti giusti non fu troppo problematico e la macchinetta ci premiò con due piccoli biglietti in plastica morbida.
Alla stazione del prato delle foglie di autunno (traduzione letterale degli ideogrammi che formano il nome del quartiere), due ragazzi ci osservano e bisbigliano da poco lontano:
“Ma se così non fosse?”
“Secondo te, quanti altri giapponesi girano con una ragazza con i capelli blu?”
“Va bene ma a te il primo approccio”
“Certo, mica vado a sbagliare!”
La figura più vivace chiamò con decisione il mio compagno con il suo nickname che rispose prontamente con un entusiasmato “Dancho!” (Capo squadra) con cui era solito chiamarlo.
Gentilezza, educazione e tanto affetto sembrava circondare le parole e i discorsi dei 3 ragazzi che provenivano, ognuno, da situazioni di vita totalmente differenti.
Non capivo molto di quello che si dicevano, ogni tanto il mio compagno mi traduceva qualcosa o traduceva loro qualcosa che chiedevo io, nel mentre ci stavano guidando verso il fulcro della metropoli. Non dovendo pensare a non perdermi mi ritrovai a naso all’insù ad osservare la Tokyo notturna, sembrava di stare dentro un albero di natale e non perché era il 23 Dicembre ma perchè tutto era illuminato da testa a piedi con luci fisse o non, vocine squillanti o vocioni rochi a richiamare l’attenzione dei passanti, fattezze di anime, manga, animali e kawaii in tutte le sue forme.

Mi trovai catapultata nell’Animate. Mentre gli “adulti” facevano gruppo in un angolo del piano la bambina (me) vagava tra i gadget portando fiera al suo compagno i trofei che aveva trovato giusto per farglieli vedere, una volta complimentati li rimetteva apposto passando a quello successivo.
Per la prima volta in vita mia pensai davvero che due occhi nell’esistenza di un essere umano fossero troppo pochi.
Rapidamente realizzai che mi serviva una fotocamera così chiesi se mi potessero aiutare ai due capitani:
Con naturale entusiasmo ci accompagnarono verso un palazzo dedicato interamente alla tecnologia, in tutte le sue forme.
Al secondo piano trovammo il reparto delle macchine fotografiche e videocamere.
Mentre saltellavo tra un modello e l’altro continuavo a chiedere alla squadra adulta se pure loro avessero sentito dei terremoti sotto ai loro piedi, ma ogni volta la risposta era negativa. Non potevo farci nulla ma continuavo ad avere quella sensazione, sarà successo solo a me?
Quando finalmente uscimmo dal negozio si era fatta quasi ora di cena e i due nuovi amici dovevano tornare dalle loro famiglie. L’impressione che ebbi dei primi giapponesi conosciuti in loco era molto più che positiva, non mi sono mai sentita esclusa nonostante non sia mai entrata veramente nella conversazione e per quanto mi scusassi con loro per averli fatti aspettare per un ora nel reparto informatico continuavano a ridere e dire che non importava, che andava benissimo così. Nei momenti in cui li osservavo da lontano li vedevo tutti e tre rilassati a parlare della loro passione comune, a scambiarsi strategie e a fare battute sulla vita digitale e non, erano molto spiritosi!
Un caldo saluto ritratto con un abbraccio ci separò dai due ragazzi. per avvicinarci alla nostra ultima tappa del primo giorno:
La casa della nonna del mio compagno che ci avrebbe ospitato si trova ad alcune fermate da Ikebukuro, uno dei quartieri principali di Tokyo.
Niente di spaventoso, una mezz’ora di treno e una ventina di minuti ai bus ci avrebbe fatto arrivare dalla cara nonna la quale ci attendeva con un pasto caldo e un comodo letto (futon, per la precisione).
Sì, come no.
Quello che ci aspettava era una fermata sbagliata del bus e una lunga strada di ritorno con le valigie che con le loro ruote sembravano chiedere pietà al posto dei nostri piedi.
Dopo aver inserito una moneta magica dentro il telefono di una cabina, ci facemmo dare indicazioni più dettagliate della strada per poi finalmente arrivare a casa della cara nonna.
Entrare in una casa condominiale giapponese classica per me fu una delle esperienze più appaganti del viaggio, mi resi davvero conto che se non fosse stato per il mio ragazzo non avrei mai sperimentato la vita in una casa giapponese come la si legge nei manga, e per me era il fulcro del viaggio, sperimentare quello che ho sempre letto ma che non ho mai avuto modo di toccare, come fosse, appunto, una leggenda antica!
Naturalmente dedicherò un’intera pagina a questo piccolo universo chiamato casa, ma questo è lavoro dei giornalisti!
Mi cambio in pigiama, inzuppo i miei piedi sul millefoglie di coperte e mi sdraio definitivamente.
“Caspita, la luce..”
La forza di gravità sembrava però molto più forte del solito, tanto da sembrarmi di impedirmi di alzarmi per spegnere quella piccola fonte di luce che per qualche ora risultava rumorosa.
Ma poi un sottile filo di speranza scendeva dal cielo:

Grazie Giappone, grazie.

END

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