Man mano che il ragazzo si avvicinava alla sua destinazione,
le luci colorate si chiudevano in silenzi ed i motivi invitanti si spegnevano lentamente.
Un rumore continuo delle ruote accompagnava i brevi fotogrammi del paesaggio notturno,
che cambiavano di poco ma in continuazione, come una ragazza davanti al proprio specchio.
Volti stanchi, schiene appesantite e gambe in cerca di pace erano i compagni di viaggio del ragazzo.
I loro occhi sembravano tutti attratti da un piccolo schermo, raramente da una pagina inchiostrata: ognuno sembrava voler rinchiudersi nel proprio piccolo mondo.
Ogni volta che il treno si riposava, una voce bassa e gentile nominava il nome della stazione che concideva spesso con un breve sorriso e un passo accelerato per scendere dal veicolo.
Un posto si liberò davanti gli occhi del ragazzo:
“Dai, siediti” invitò la sua ragazza.
“Ma sarai stanco anche tu”
“Stai tranquilla” e con leggera fretta assettò la compagna prima che qualcun’altro potesse trasformarsi in un concorrente.
La ragazza chiuse gli occhi, il ragazzo aspettò con calma la voce che annunciasse la stazione del loro arrivo.
Scesero con calma ma salirono con fretta al veicolo dopo che li avrebbero evitato le lamentele da parte dei loro piedi.
La corriera andava decisa nel buio, accompagnata da un paesaggio più buio, calmo e meno mutante.
“Da non credere che ci troviamo ancora nella stessa città di stamattina”
“Infatti, Tokyo ne ha fin troppi di nomi”
L’ultima porta che faceva dal confine col mondo esterno si aprì lentamente mentre la voce della nonna invitava i ragazzi a sedersi in tavola.
“E questo è uno dei posti più belli della capitale!”.

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